Razionamento azionario ed effetti di selezione avversa sul mercato dei capitali

Indebitarsi per un' impresa non costituisce una scelta facile. Questa è, al contrario, solitamente frutto di un attento processo di ottimizzazione delle proprie risorse e delle proprie opportunità che spesso porta, come contrariamente si possa pensare, a privilegiare l’indebitamento presso un intermediario finanziario (impegnandosi a pagare interessi e capitale a prescindere dall’andamento dei profitti) piuttosto che il ricorso al mercato dei capitali. La ragione di questa scelta, che costituisce insieme ai costi di bancarotta la principale causa dell’avversione al rischio da parte delle imprese, è il riflesso di un fenomeno che prende il nome di razionamento azionario (o equity rationing), il cui studio costituisce uno dei più rilevanti contributi alla microeconomia da parte della NEKIA (Nuova Economia Keynesiana basata sulle Asimmetrie Informative). Alla base di questo vi è l’dea che nei principali mercati (del lavoro, del credito e azionario) vi sia asimmetria informativa fra agenti. Tale asimmetria fa si che il gruppo più “informato” (sulle proprie caratteristiche, nel caso del mercato del lavoro, o di quelle della propria impresa) abbia una posizione privilegiata sulla controparte, esercitando su di questa un vero e proprio potere in grado di influenzare fortemente l’esito della transazione e rendendo necessaria, per la parte meno informata, l’adozione di alcune misure cautelative quali il razionamento. Nel caso del mercato mobiliare quest’ultimo si concretizza nell’ impossibilità per le imprese di finanziarsi emettendo titoli azionari (meno rischiosi dei titoli di debito) in quanto, in analogia al mercato dei “bidoni” di Ackerlof (1970), non essendo in grado di valutare l’effettivo valore di ogni impresa, e quindi discriminare fra progetti di investimento migliori e peggiori, i risparmiatori sono disposti a sottoscrivere le azioni ad un prezzo intermedio fra quello delle azioni “buone” e quello delle azioni “cattive”. Questo farà si che il valore delle emissioni azionarie divenga lo stesso a prescindere dalla qualità intrinseca del progetto che l’impresa vuole finanziare innescando così effetti di “selezione avversa” (o “incentivo avverso”), che instaurano prezzi di domanda via via più bassi, lasciando sul mercato solo le emissioni delle imprese peggiori. Le azioni “cattive”scacciano così le azioni più valide, in quanto le imprese portatrici dei progetti migliori plausibilmente decideranno di non emettere titoli azionari, destinati ad essere sottovalutati rispetto alla vera natura del progetto, cercando fonti di finanziamento alternative. Nel mercato dei capitali restano solamente i progetti di qualità inferiore. Ciò deprime i corsi azionari aggravando il problema originario e creando una tipica situazione di selezione avversa alla Ackerlof. La conclusione è che, se prive di sufficienti margini di autofinanziamento, le imprese preferiscono finanziare i propri progetti mediante il ricorso al mercato del credito piuttosto che a quello azionario.
Dott.ssa Valeria Ponis

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